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Il paese abusivo

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[pullquote]…a Sankt Wolfgang le cose vanno anche peggio: su 1.100 abitazioni, 974 sono senza permesso comunale, quindi illegali. Quasi la totalità degli abitanti negli ultimi 20 anni aveva aperto un cantiere, operato migliorie, ampliato-innalzato-scavato senza mai denunciare la fine dei lavori…[/pullquote]

Austria Felix è da sempre un luogo preciso, ordinato, con la burocrazia snella (asburgica appunto) e una certa insofferenza per chi non rispetta le regole. L’austriaco guarda a sud con un certo malcelato snobismo e la voglia di erigere un muro al Brennero l’ha sempre avuta nell’anima, soprattutto dopo aver perso la prima guerra mondiale.

Per questo l’Austria Felix vive un momento di grande imbarazzo: s’è scoperto che il paese di Sankt Wolfgang (2.800 abitanti che si specchiano nel lago omonimo) è quasi al cento per cento abusivo. Sì, proprio come certi condomini lasciati a metà dalle nostre parti; come mansarde, loggiati, capanni che diventano ville patrizie per via di un incantesimo molto italiano.

Ecco, a Sankt Wolfgang le cose vanno anche peggio: su 1.100 abitazioni, 974 sono senza permesso comunale, quindi illegali. Lo ha scoperto il nuovo sindaco spulciando il catasto del paese, con grande scandalo. Quasi la totalità degli abitanti negli ultimi 20 anni aveva aperto un cantiere, operato migliorie, ampliato-innalzato-scavato senza mai denunciare la fine dei lavori. Quindi in situazione di flagrante abuso. Si parla di alberghi, abitazioni, garage, capannoni, uffici di un luogo che somiglia a una cartolina, con una corona di montagne che lo circonda e attira turisti da tutto il mondo.

Il sindaco Franz Eisl se l’è presa con i tecnici comunali e con i vigili, che quanto a controllare e vigilare devono aver soprasseduto quel tanto. Poi ha promesso che costringerà tutti a pagare per gli abusi. Tempo previsto: due anni. Immaginiamo la caccia all’uomo e le scuse molto levantine di chi (quasi tutti) si trova fuori legge. Sankt Wolfgang è noto anche per la celebre operetta «Al cavallino bianco», ambientata qui. Si spera che almeno il mitico albergo sia in regola

Tratto da l’eco di bergamo del 17 aprile 2016

Il corriere della sera del 9 marzo 2016

Il piccolo di trieste del 8 marzo 2016

Si sta preparando una tempesta

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[pullquote]…..I tassi bassi sono un argomento particolarmente sensibile in Germania, perché sono visti come un’erosione dei risparmi di milioni di persone che hanno messo da parte il denaro nelle banche in vista della propria pensione…[/pullquote]

Su Reuters una fotografia dei timori tedeschi sull’euro zona, adesso che il corridoio balcanico è chiuso e l’ondata di migranti verso il paese teutonico è in forte diminuzione. Incalzati dalla repentina vittoria di Alternativa per la Germania che ha sfruttato il malcontento per la politica dell’accoglienza nelle ultime elezioni regionali, la Merkel e Schauble stanno spostando il dibattito sulla politica monetaria della BCE che minaccia i risparmiatori tedeschi e sul sud Europa che non vuole proseguire con l’austerità. “A causa loro ci sarà una nuova crisi e l’euro andrà in pezzi”, avvertono (o preparano?) il pubblico tedesco. Pare avverarsi la previsione del prof. Bagnai: i politici del nord Europa daranno la colpa del fallimento dell’euro ai paesi del Sud (e viceversa), aggiungendo risentimento e risentimento.

Dalla scorsa estate, l’afflusso di centinaia di migliaia di profughi dal Medio Oriente lacerato dalla guerra ha messo in ombra tutto il resto, dominando il dibattito politico a Berlino e le prime pagine dei giornali tedeschi.

Ma nelle ultime settimane c’è stato un cambiamento. Con l’ondata dei migranti in ingresso che sta rallentando fino a diventare uno sgocciolio, è tornata l’angoscia per l’unione monetaria in sofferenza da lungo tempo – ed è tornata con violenza.

“Si sta preparando una tempesta”, ha avvertito questa settimana un editoriale del quotidiano di sinistra Sueddeutsche Zeitung. “A volte il destino di un popolo è deciso nei momenti meno drammatici. Questo è ciò che sta accadendo adesso all’unione monetaria europea.”

La rinnovata attenzione per la zona euro è legata ad una serie di sviluppi distinti ma interconnessi che hanno approfondito il senso di ansia nel sistema politico e mediatico della Germania. Questi sviluppi includono l’abbandono dell’austerità in Europa meridionale, le politiche di allentamento monetario della Banca Centrale Europea e le recenti modifiche al panorama politico tedesco.

Un mese fa, Alternativa per la Germania (AfD), un partito populista di destra che aveva inveito contro la politica della porta aperta ai profughi della Cancelliere Angela Merkel, è repentinamente entrato in tre parlamenti statali, scioccando i partiti storici e costringendoli ad un ripensamento strategico. I conservatori della Merkel sono usciti da questa discussione convinti di dover fare tutto quanto in loro potere per allontanare il dibattito interno dai rifugiati, hanno detto alcuni funzionari a Reuters.

Da allora, i leader di partito, guidati dal ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble, hanno intensificato i loro attacchi verbali sulle politiche a basso tasso di interesse della BCE. Il loro timore è che AfD, fondato tre anni fa come partito anti-euro, possa impadronirsi anche di questo tema nella corsa per le prossime elezioni politiche del 2017. Un leader di alto livello della coalizione ha descritto il dibattito sui tassi come “il prossimo grande argomento per AfD”.

I tassi bassi sono un argomento particolarmente sensibile in Germania, perché sono visti come un’erosione dei risparmi di milioni di persone che hanno messo da parte il denaro nelle banche in vista della propria pensione. AfD si è affrettato a scagliarsi contro il commento del presidente della Bce Mario Draghi il quale il mese scorso ha detto che l’”helicopter money” – in cui una banca centrale passa denaro direttamente ai cittadini della zona euro per sostenere l’inflazione – era un concetto “molto interessante”. [“helicopter money” è un’espressione inventata dal monetarista Milton Friedman per mascherare e distorcere le politiche keynesiane, col significato dispregiativo di “buttare i soldi dall’elicottero”] “Questo momento è un momento propizio per lamentarsi della BCE”, ha riconosciuto questa settimana un alto funzionario vicino alla Merkel.

Stanchezza da riforme

La BCE è sotto tiro per un altro motivo: l’impressione in Germania è che le sue politiche di allentamento monetario abbiano diminuito la pressione sui paesi del Sud Europa a riformare le loro economie e ridurre i livelli di debito ancora alti e i deficit. Berlino quest’anno ha osservato con orrore un paese dopo l’altro della zona euro segnalare l’abbandono del percorso di risanamento sul quale la Merkel e Schaeuble hanno insistito al culmine della crisi dell’euro.

In Portogallo, un nuovo governo socialista sostenuto in parlamento da alleati di estrema sinistra il mese scorso ha annunciato piani per alzare il salario minimo del 20 per cento, tagliare l’imposta sul valore aggiunto ai ristoranti per la bellezza di 10 punti percentuali e reintrodurre quattro giorni festivi.

I tentativi da parte del governo francese di riformare il mercato del lavoro sono addirittura in fase di stallo di fronte alle proteste. E sia l’Italia che la Spagna hanno segnalato che hanno poco interesse ad ascoltare l’Unione Europea sulla riduzione dei loro deficit.

Nel frattempo, la frustrazione tedesca per la Grecia sta ribollendo di nuovo poiché i colloqui di riforma tra Atene e i suoi creditori si stanno trascinando. Questa settimana il direttore tedesco del fondo di salvataggio della zona euro, Klaus Regling, normalmente riservato, si è lamentato che l’andamento delle riforme in Grecia è il peggiore di tutta l’Europa [cosa che sappiamo essere una falsità, come ampiamente documentato qui e qui].

I giornali tedeschi sono stati pieni di grafici che mostrano l’aumento dei livelli di debito in tutto la periferia meridionale della zona euro. La Germania e i suoi partner della zona euro dominano ancora la Grecia, che ha bisogno di fondi dal suo terzo piano di salvataggio per pagare i suoi debiti ed evitare il fallimento.

Ma Berlino inizia a rendersi conto che la sua influenza sugli altri paesi, quelli che non sono mai entrati in un piano di salvataggio o che ne sono già usciti, è limitata. Anche se è ancora forte in casa, la Merkel è uscita indebolita in Europa dalla crisi dei rifugiati. E agli occhi di molti dei suoi partner, la Germania non gode più della superiorità morale sulle questioni economiche.

Nel momento in cui la zona euro sta mettendo pressione sulla Grecia per fare risparmi sulle pensioni, la coalizione della Merkel sta considerando riforme che incanalano più soldi verso gli anziani – un’altra misura, a quanto pare, progettata per contrastare l’ascesa di AfD. Il braccio di ferro con l’Europa meridionale e con la BCE, che ha ormai poche o nessuna freccia nella faretra, va avanti.

“Se l’Europa meridionale continua così l’euro scivolerà in una nuova crisi”, avvertiva l’editoriale del Sueddeutsche. “E questa volta le casse saranno così vuote e i meccanismi di difesa così deboli che l’euro potrebbe essere completamente spazzato via.”

Reuters: “si sta preparando una tempesta” – i tedeschi preoccupati per il ritorno della crisi dell’euro

I salvataggi che non ci salveranno…

Fuori gli stranieri che non si integrano (dal Belgio)

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[pullquote]…..gli immigrati extra-Ue dovranno firmare un “contratto” che li obbliga a rispettare usi e costumi del Paese – Chi sgarra, sarà espulso…[/pullquote]

BRUXELLES – Il diritto di soggiornare in Belgio per gli immigrati non europei d’ora in poi sarà subordinato alla firma di una dichiarazione di adesione ai valori fondamentali del Paese, dalla libertà di espressione al rispetto delle donne, inclusa la lotta al terrorismo. Altrimenti ci sarà il rimpatrio. È la stretta ‘identitarià decisa dal governo belga di destra, sull’onda degli attacchi terroristici della settimana scorsa, e spinta dal segretario alla migrazione Theo Francken del partito dei nazionalisti fiamminghi della N-va… <<<leggi l’articolo>>>

Approvato alla velocità della luce poco più di una settimana dopo la strage terroristica ad aeroporto e metro, il progetto di legge – che deve però ancora ottenere l’avvallo del Parlamento federale – prevede che ogni “nuovo arrivato” in Belgio da fuori Ue che abbia l’intenzione di stabilirvisi, debba entro 30 giorni sottoscrivere una sorta di ‘contrattò con lo Stato sul rispetto di valori e regole, e di impegno a imparare una delle tre lingue del Paese, a trovare un lavoro e a pagare le tasse.

http://www.cdt.ch/mondo/politica/152233/fuori-gli-stranieri-che-non-si-integrano

Dieselgate, causa Usa contro Vw per pubblicità ingannevole

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[pullquote]…..«Per anni le pubblicità di Volkswagen hanno promosso i loro veicoli come ‘clean diesel’ anche se è emerso che Volkswagen ha truccato quelle auto con dispositivi pensati per superare i test sulle emissioni»…..[/pullquote]

Ai problemi legali di Volkswagen negli Stati Uniti si è aggiunta un’altra causa: la Federal Trade Commission – l’agenzia indipendente preposta alla protezione dei consumatori – ha citato in giudizio il gruppo automobilistico tedesco affermando che Volkswagen «ha ingannato i consumatori con una campagna pubblicitaria che promuoveva veicoli a motori diesel teoricamente “puliti”». «Per anni le pubblicità di Volkswagen hanno promosso i loro veicoli come ‘clean diesel’ anche se è emerso che Volkswagen ha truccato quelle auto con dispositivi pensati per superare i test sulle emissioni» ha commentato ieri Edith Ramirez, presidente della Ftc…

http://www.motori24.ilsole24ore.com/Dossier/dossier-dieselgate/articoli/dieselgate-usa-contro-volkswagen-pubbilicita.php

Perché stamattina non andrò ad ascoltare Renzi a Harvard

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Io, professore italiano di Harvard, non ho proprio voglia di partecipare al “reality show” del nostro premier. Più che un rottamatore Renzi è in effetti un disneyficatore: che banalizza tutto ciò che tocca riducendolo a evento mediatico, dunque equivalente a qualsiasi altro che attiri l’attenzione dei giornali e dei network televisivi, senza gerarchie, distinzioni, senza valori di riferimento.

Questa mattina Matteo Renzi parlerà a Harvard. Penso che abbia voluto venirci, oltre che per promuovere sé stesso, per promuovere in Italia la sua riforma dell’università. Il premier italiano lo disse chiaramente, alcuni mesi fa: bisogna imitare il modello americano. E ora è venuto per far vedere ai suoi connazionali ed elettori che lui quel modello lo conosce. Harvard è la più prestigiosa università del mondo e questo gli basta: non si domanda con quali criteri e scopi siano stilate le classifiche di eccellenza o quali siano le condizioni e implicazioni di una simile preminenza (per esempio che Harvard sia una corporation con un capitale di più di 36 miliardi di dollari che ammette lo 0,04% degli studenti che ogni anno vanno al college) o tanto meno quale sia il livello delle altre 4139 università americane: no, lui tornerà tutto contento in patria e proclamerà che l’università italiana, la più antica del mondo, deve diventare come quella americana, convinto che se lo diventasse non sarebbe una scopiazzatura fuori contesto e fuori tempo (l’America sta cominciando a guardare all’Europa per rimediare ai disastrosi scompensi del suo sistema educativo) ma una sua grande innovazione. Un po’ come se gli riuscisse di aprire uno Starbucks in Piazza della Signoria a Firenze; o ancor meglio in Piazza della Repubblica a Rignano sull’Arno.

renziharvardMa non è per questo che stamattina non andrò a sentirlo. E neppure per via del mio radicale dissenso con il suo progetto di reaganizzare l’Italia (e per di più in ritardo, quando gli altri paesi stanno cercando rimedi): non andrò a sentirlo perché è venuto a Harvard con lo stesso spirito con cui sarebbe andato a inaugurare un centro commerciale o ad aprire il nuovo anno alla Borsa di Milano. Tutte cose che un primo ministro deve fare: ma accorgendosi che sono differenti e rispettando le loro differenze. Per Renzi invece sono la stessa cosa: occasioni di visibilità, interamente prive di contenuti.

Significativamente, non parlerà alla Kennedy School of Government, dove avrebbe avuto senso per il ruolo istituzionale che ricopre. E neppure a economia, in riconoscimento delle sue riforme liberiste. Parlerà in un museo, all’Harvard Museum. Scelto, immagino, per confermare l’immagine che dell’Italia hanno gli americani: il paese della cultura e della bellezza. Forse chi lo ha invitato ricordava la sua foto insieme a Angela Merkel sotto il David, al meeting di un anno fa alla Galleria dell’Accademia: senza accorgersi (o peggio: senza curarsi) di quanto non autentica fosse quella cornice: ambienti carichi di storia abusati per promuovere politiche globaliste, volte a distruggere proprio quell’identità culturale.

Più che un rottamatore Renzi è in effetti un disneyficatore: che banalizza tutto ciò che tocca riducendolo a evento mediatico, dunque equivalente a qualsiasi altro che attiri l’attenzione dei giornali e dei network televisivi, senza gerarchie, distinzioni, senza valori di riferimento. La sua dimensione è quella della pubblicità e dei reality, in cui si fa finta di essere veri ma facendo in modo di non essere davvero creduti, in cui ci si maschera ma mantenendo una distanza ironica che impedisca equivoci, guardandosi bene dal correre il rischio che possa diventare un’esperienza autentica e dunque cambiare qualcosa. In ciò Renzi è integralmente liberista, impegnato nella sistematica deregulation dei princìpi e specificamente dell’autenticità: contro la quale impiega collaudate tecniche come la cazzata, che toglie di significato (scrisse il filosofo Harry Frankfurt in un celebre saggio) all’opposizione verità-menzogna e realtà-virtualità.

Non so di cosa parlerà a Harvard. Gli annunci del suo intervento non aiutano: “A keynote address”, “un discorso ufficiale”, senza ulteriori specificazioni, a confermare che non è venuto perché avesse qualcosa da dire. C’è venuto per far sapere che c’è stato. Presumo che abbia messo qualcosa insieme all’ultimo momento, cercando su Google qualche aneddoto su Harvard; come fece poco più di un mese fa in un’altra università, quella di Buenos Aires, dove al termine di un discorso confuso e infarcito di perle da Baci Perugina (“Non c’è parola più grande dell’amicizia per descrivere la storia di popoli diversi”: qualcuno mi spieghi cosa significa) citò in spagnolo dei versi di Borges. Solo che non era una poesia di Borges, subito notò El País, bensì un falso che compare su internet quando si inserisca la coppia di parole borges-amicizia.

Qualcuno ricorderà il concetto rinascimentale di sprezzatura, teorizzato nel Cortegiano, uno dei libri italiani che più influenzarono la civiltà europea. Castiglione pretendeva dalla classe dominante, in cambio dei suoi privilegi, capacità e stile senza ostentazione: bisognava sapere tutto e saper fare tutto però come se fosse una cosa naturale. Ma quella era una società fortemente regolamentata. Nell’età della deregulation i vincenti alla Renzi seguono un precetto opposto: ostentazione senza capacità né stile. Per questo stamattina non andrò a Harvard ad ascoltarlo. Perché a differenza di Berlusconi e di tanti altri politici, Renzi non si limita a ignorare la cultura o magari disprezzarla. La cultura può sopravvivere all’ignoranza e al disprezzo. No, Renzi la svuota. Con la sua programmatica trivialità svilisce la ragione e il linguaggio, riduce la comunicazione, ossia la facoltà più propriamente umana e sociale, a rumore. La chiarezza e il rigore costringono a una certa misura di coerenza; le improprietà deresponsabilizzano, rendono tutto indifferente, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, le qualità e i difetti, i profittatori e le loro vittime. E quando il vuoto diventa uno stile e un programma, la fine della democrazia è pericolosamente prossima.

Perché stamattina non andrò ad ascoltare Renzi a Harvard

Così vent’anni fa l’Ulivo consegnò l’Italia alla dominazione germanica

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[pullquote]…..Il paradosso vero di tutta la vicenda è quello per cui i protagonisti della vicenda, i più filo euro e quindi i più responsabili dell’ordoliberalismus dilagante, furono le forze socialiste e cristiano sociali europee…[/pullquote]

Di Giulio Sapelli. Son vent’anni dalla nascita de L’Ulivo, e forse non è inutile fare il punto su quella che fu la sua politica economico-monetaria. Una politica che si inserisce nel grande percorso di trasformazione mondiale capitalistica ancora in corso, ma che iniziò ad apparire visibile esattamente negli anni di cui si parla in queste pagine, ossia alla metà degli anni novanta del Novecento.

È ormai diffusa la quasi stucchevole affermazione per cui dalla crisi economica mondiale in corso stia emergendo una nuova formazione economico-sociale capitalista. In questo in verità non vi è nulla di nuovo, gli andamenti delle forze produttive sono sempre intimamente legati alle forme della produzione e quindi ai rapporti sociali e istituzionali. Anzi, molto spesso nella storia capitalistica questi ultimi hanno avuto un ruolo determinante nel pre-formare le stesse forze produttive, che ben poco hanno di meccanico e deterministico.

Il sismografo più sensibile e rilevante che segnala i mutamenti tra forme dell’accumulazione e rapporti sociali di produzione è il lavoro. Parlo naturalmente del lavoro vivo, incorporato in quel reticolo di rapporti contrattuali che rinserrano la forza di lavoro, ossia quella parte del tempo di lavoro che configura il rapporto capitalistico. In esso, vivaddio, a essere venduto o sottoposto al lavoro comandato, non è tutto il lavoro della persona lavoratrice, come è nei rapporti di schiavitù, ma solo il tempo durante il quale la persona è sottoposta ai rapporti sociali di lavoro. Per capire cosa è cambiato in questi ultimi, bisogna risalire non alla crisi in corso ma alle sue origini.

Si tratta di vari fenomeni solo apparentemente distinti ma l’un con l’altro legati. L’uno risale al crollo del sistema di Bretton Woods tra il 1971 e il 1973, quando il dollaro smise di essere moneta di riferimento e ci si avventurò in un sistema mondiale di alti tassi di interesse e di profonda volatilità dei rapporti tra le valute. L’eccesso di liquidità che si creò, grazie all’intensificazione dei rapporti oligopolistici sul fronte del commercio mondiale delle materie prime, generò un profondo spostamento tra valore della produzione e del pluslavoro che ne derivava e valore della circolazione monetaria che iniziò a valorizzarsi a tassi molto più forti di crescita di quanto non fosse in passato di per se stessa e con se stessa.

La circolarità denaro-merce-denaro, dove il denaro finale era naturalmente superiore a quello iniziale realizzandosi nella produzione come plusvalore, non era più solo. Al suo fianco il denaro diveniva merce di se stesso attraverso una grande trasformazione dei meccanismi e delle regole di scambio (derivati, et similia, scambiati in shadow banks e in shadow pools) per creare ulteriori masse di denaro da valorizzare a loro volta. Contestualmente il managerial capitalism, dove la proprietà era divisa dal controllo e il manager dominava l‘azionista, veniva via via sostituito dall’owner capitalism dove nominalmente l’ azionista domina il manager, mentre in effetti è quest’ultimo a dominare l’ azionista stesso, come dimostrano le stock options e le vertiginose ascese di stipendi variabili dei top-manager.

Mentre si celebra lo shareholder value si consolida invece il predominio dei manager superpagati secondo algoritmi sconosciuti tanto agli azionisti quanto ai capitalisti. Che cosa c’entra questo con il lavoro? C’entra, eccome. L’inizio di questa intersezione tra owner capitalism, dominato dai manager stockoptionisti, e lo sviluppo delle forze produttive ha la sua acme nel lungo ciclo ininterrotto di crescita dell’economia statunitense, ciclo che dura dalla fine degli anni ottanta fino alla prima metà del primo decennio del secondo millennio. Alla base di questo lungo ciclo, in cui pareva che il capitalismo non avesse più crisi, stava l’intersezione dell’owner capitalism con l’Information Technology and Communication (ITC), ossia con quel nuovo ciclo Kondatrieff, di grappoli di innovazione nel campo delle telecomunicazioni, della valorizzazione sul piano spaziale dell’elettro magnetismo e insieme della miniaturizzazione tipica delle terre rare. La produttività del lavoro crebbe a dismisura. Questo per due fattori: il primo fu l’abbassamento dei costi di transazione: tempo e spazio tendevano ai costi zero. Il secondo elemento fu l’aumento della produttività del lavoro che non a caso avvenne nei sistemi sociali in grado di sviluppare quote crescenti di plusvalore contestualmente alla creazione di enormi masse di domanda interna. La domanda estera, non quella interna, pareva diventare l’elemento essenziale, non solo nei mercati dove questo processo ebbe inizio, in primis il mondo anglosassone a common law, ma anche in misura minore l’Europa continentale a sistema giuridico romano-germanico. I mercati dovevano essere creati in quelli che un tempo si chiamavano paesi in via di sviluppo e che ora si chiamano BRICS.

Naturalmente, come oggi sappiamo, questi mercati che generarono l’illusione che tutte le economie cosiddette avanzate potessero essere fondate su modelli export-lead, non si svilupparono come previsto.

Ma questo era ed è il dogma principale dell’ordoliberalismus unitamente all’ assenza di debito pubblico e alla scrittura nelle costituzioni dei principi liberisti…che è quanto di più illiberale possa esistere, ma è questo il dogma della politica fondata sull’euro. E fu proprio questa errata previsione il principio di riferimento della politica monetaria dell’ Ulivo a trazione europeo-teutonica. E così inizia, nascostamente dapprima, una gigantesca crisi di sovraccapacità produttiva. La prova di ciò non risiede tanto e soltanto negli enormi stoccaggi di merci invendute, ma soprattutto nella colossale riduzione della forza lavoro occupata su scala mondiale e soprattutto in quelle grandi corporation che erano state all’origine del lungo ciclo della new economy e della diffusione dell’ITC. Naturalmente da circa trent’anni, non a caso, la dimensione media su scala mondiale si va riducendo e questo per la crescente produttività del lavoro creata non grazie alla lunghezza del tempo di lavoro, ma all’intensificazione della produttività tecnologica tutta labour-saving.

La creazione del cosiddetto nuovo proletariato asiatico che è una realtà, beninteso, che coinvolge centinaia di milioni di nuovi proletari, non deve trarre in inganno. Si tratta di un fenomeno temporaneo, ossia non durerà più di un cinquantennio, ossia il battito di un ciglio nella storia. E questo perché questo nuovo proletariato sarà prestissimo investito, lo è già, della legge gerschenkroniana del vantaggio dell’ arretratezza, ossia del fatto che in India, in Cina, in Malesia, In Birmania, a Singapore, in Perù, etc, non si passano tutte le fasi della crescita tecnologica, ma si saltano tali fasi e ci si aggrappa, nella produzione di plusvalore, all’ultima disponibile.

Questo non significa che non esistano ancora immense sacche di plusvalore relativo, ossia creato non dalla tecnologia ma dalla durata della giornata di lavoro e dai bassi salari. Fenomeno che accompagna sempre l’accumulazione capitalistica e che riappare oggi, sfatando ogni determinismo tecnologico, proprio nel vecchio continente, sotto il tallone dell’ordo-liberalismo teutonico che risponde alla caduta del tasso di profitto con l’abbassamento dei salari e con la deflazione, generando sempre in tal modo nuove crisi da sottoconsumo come sono oggi quelle in corso in Europa.

Tale ordoliberalismus nasce con L’Ulivo: per questo val la pena parlare di questo fenomeno politico dal nome vegetale.  Che ruolo ha avuto la finanza sregolata ordoliberista in questo interessante panorama analitico e di grande sofferenza sociale? Essa non è più divenuta una variante della classica produzione di plusvalore derivante dall’ acquisizione del pluslavoro grazie al lavoro comandato, così come lo descriveva Ricardo. È divenuta qualcosa di più. È’ divenuta lo strumento che maschera la caduta tendenziale del saggio di profitto generata dalla crescente disoccupazione, quindi dal crollo del lavoro vivo e altresì dalla crescente crisi di sovraproduzione che genera la non solvibilità della domanda. La finanza serve a prendere tempo, ossia il processo che prima ho evocato, ha trasformato tutte le imprese in grado di generare masse rilevanti di cash flow in imprese di nuovo tipo che creano, accanto al valore generato dalla produzione, un valore generato dalla finanziarizzazione grazie all’estensione della circolazione del denaro contro denaro e soprattutto attraverso la gestione dell’indebitamento che si spinge sino al punto di vendere debito per il debito, con altissimi tassi di rischio.

Naturalmente questo processo ha investito nei sistemi banco-centrici europei anche le banche e nei sistemi non banco-centrici,come quelli anglosassoni, tutte le istituzioni non dirette all’erogazione dei crediti ma alla creazione di valore di denaro dal denaro, come fondi di investimento et similia. Di tutto questo ci siamo accorti solo nel 2007, con la crisi da eccesso di rischio che generò il crollo di Lehman Brothers.Lo stato, tutti gli stati mondiali, avevano accompagnato questo processo, lo avevano sostenuto con le deregolamentazioni alla Clinton e alla Blair e avevano diffuso la certezza, così come era stato nella grande crisi delle casse di risparmio nordamericane alla fine degli anni Ottanta del Novecento, che lo stato sarebbe intervenuto per salvare il salvabile. A quel tempo, nel 2007, ciò non avvenne. In verità si trattò di un non salvataggio dettato più dal timore e dall’inesperienza tecnica perché, come sappiamo, dopo di allora, lo stato, o con le nazionalizzazioni delle banche o con i finanziamenti delle industrie con prestiti ad alto rischio (vedi Obama e l’industria automobilistica americana) interviene, vedasi il ruolo crescente delle banche centrali con politiche neokeynesiane per arginare la disgregazione sociale.

Lo stato è sempre intervenuto, cosicchè si potrebbe veramente parlare a livello mondiale dell’ascesa di una nuova forma di capitalismo monopolistico di stato che cerca, con i suoi interventi, di far fronte sia alla crisi industriale e alla disoccupazione, che ne deriva, sia all’eccesso di rischio. Ciò che si contrappone all’ascesa di questo nuovo capitalismo monopolistico di stato, a dominazione finanziaria, è l’ordo-liberalismus teutonico-nordico che ha dietro di sé una lunga tradizione intellettuale e che con l’unificazione della nazione tedesca, negli anni Novanta, ha profondamente cambiato l’equilibrio di potenza in Europa.

L’ordo-liberalismus ha tutte le caratteristiche sopra descritte del capitalismo finanziarizzato ma se ne differenzia perché al sistema di libera concorrenza ha sostituito in effetti il sistema di potenza: impone bassi salari, abbassamento della spesa pubblica, distruzione dell’ welfare a tutti gli altri stati europei che non possono seguire il suo modello export-lead con la stessa intensità, mentre garantisce pluralità delle forme di allocazione dei diritti di proprietà e ruolo dello stato al suo interno, stato che sostituisce il principio di sussidiarietà quando esso fallisce, ruolo che invece vieta a tutti gli altri stati europei. Fa questo attraverso il controllo delle istituzioni europee prive di legittimazione popolare, con una fermezza e una continuità impressionante, come ci dimostra la deflazione europea in corso. Ciò nonostante il meccanismo di consustanzializzazione della finanza nella produzione si è pienamente inverato anche in Europa, e quindi gli effetti sul lavoro sono assai simili a quelli prima descritti a livello mondiale. Ossia: disoccupazione di massa per restringimento della base produttiva, abbassamento dei redditi per diminuzione della massa salariale, crisi crescente delle piccole unità produttive che non possono generare la finanziarizzazione prima descritta, che serve a prendere tempo rispetto alla caduta del tasso di profitto grazie al valore creato dalla circolazione del denaro che produce denaro e/o dalla vendita del debito su debito grazie alla leva ad altissimo rischio.

Ecco allora giungere come aveva previsto Hansen nel 1939, la deflazione che conduce alla stagnazione secolare: trappola di liquidità, sindrome giapponese: tutte malattie che nascono nell’Europa dell’euro ordoliberista. C’è di più, tuttavia. La finanza si incontra con nuove tecnologie che cent’anni fa non avevamo previsto. Schumpeter parlava di distruzione creatrice: nuove tecnologie, nuove imprese avrebbero distrutto le tecnologie e le imprese incapaci di adattarsi ai nuovi cambiamenti, e dalla crisi si sarebbe creato nuovo plusvalore generato dalla espropriazione del pluslavoro attraverso la riproduzione allargata del meccanismo del capitalismo. Si distruggeva ma si creava. E non solo variando i tassi di interesse, come aveva in mente Keynes, ma facendo circolare merce contro merce come aveva in mente Piero Sraffa, nel suo Produzione di merci per mezzi di merci, che rimane il più bel libro di economia del Novecento. Ora le cose sembrano cambiare. Perché il nuovo ciclo Kondratieff che si avvicina come uno tsunami ha talune caratteristiche prima sconosciute. Pone all’odine del giorno la creazione diffusa di sistemi naturalmente complessi e stratificati quanto a tecnologie di intelligenze artificiali che producono a loro volta intelligenze. È come se si elevasse l’ITC all’ennesima potenza. Le stampanti 3D, con la meccanica per diffusione e non per estrusione che ne deriva grazie all’uso del laser, sono solo l’inizio. Il seguito saranno i robot isomorfi, omeostatici tanto con il corpo umano quanto con il mutare delle macchine e dell’ambiente in cui sono immersi.

Tutto questo è avvenuto in Europa grazie alla politica economico-monetaria dell’Ulivo che ha disarmato le menti e nel mentre ha armato nuove classi economico-politiche cosmopolitem(i Padoa Schioppa ne sono l’ esempio più sconcertante, a cominciare dai Ciampi e dai Draghi e per finire con i Monti costruiti dai quotidiani e dai poteri situazionali di fatto filo teutonici e anti USA,che già Gramsci aveva ben descritto, seguendo Machiavelli e parlando del “cosmopolitismo” ossia del servilismo internazionale degli intellettuali italiani. Immaginiamoci che cosa accade quando al posto di intellettuali ci troviamo dinanzi ragionieri del mondo affascinati dal mito umiliante che narra che gli italiani nulla san far da sé e hanno quindi bisogno per bene agire di choc esterni: l’ordoliberalismus teutonico appunto: mito che in qualsivoglia altra nazione farebbe sfidare a duello colui che accusa il suo interlocutore di sostenere tale tesi.

Si dovrà fare la storia dell’Ulivo che ne affronti la teoria economica prevalente. I testi di Lodovico Festa (anche l’ ultimo apparso su “Studi cattolici” recentissimamente) offrono di già una eccellente premessa.  Ma certamente la politica monetaria di quegli anni va inserita nella specificità della vicenda monetaria italiana che è sempre stata -come sappiamo- determinata da una oscillazione e da un intreccio continuo tra fiscal dominance e foreign dominance.

Sgombriamo subito il campo dal presupposto ipostatizzato mitologicamente che il problema centrale sia quello dell’indipendenza delle banche centrali. L’indipendenza delle banche centrali dal Tesoro (per dipendere da chi? se non dalle burocrazie o dalle euroburocrazie spartite in basi a criteri di potenza nazionale) non incide sui temi della foreign dominance come nei consolidati manuali Cencelli politici, e nel caso dell’Ulivo: non è determinante.

Ciò che è e fu determinante a partire dai tempi dell’Ulivo (sino a oggi) è il fatto che l’indipendenza delle banche centrali europee dell’eurozona e quindi dell’Italia, fu lo strumento più idoneo allorché si ritenne di potere e volere fare la volontà della nazione accettando, anzi, invocando, il dominio estero sulle nostre scelte di politica monetaria ed economica non in una condizione di condivisione ma, invece, di crescente sottrazione di sovranità.

La mia tesi è che l’ Ulivo ha rappresentato l’acme della foreign dominance e l’ha reso pressoché irreversibile – almeno nel breve periodo – con l’ entrata nell’euro e quindi con la definitiva perdita della sovranità monetaria. Ciò che è stata una delle fasi della foreign dominace, ossia l’egemonia tedesca sul sistema economico e su quello monetario in primis italiano grazie all’Europa a dominazione germanica, è ormai divenuta una delle caratteristiche della stessa nazione italiana.

Il nesso nazione-internazionalizzazione ha avuto una torsione e stabilizzazione definitiva, se l’Europa non muterà volto, ossia non si riscriverà il Trattato di Maastricht e non cadranno tutti i suoi presupposti. Essi hanno condannata alla decadenza l’Italia, come fu nella crisi del Seicento. I mezzi furono diversi, gli esiti saranno e già sono assai simili: de-industrializzazione, depauperamento del capitale umano con la sua emigrazione da un lato e la sua emasculazione emotiva dall’altro.

Come è noto, quando parliamo di fiscal dominance intendiamo il ruolo determinante del Tesoro nella creazione monetaria. Determinare la quantità di moneta e dei tassi d’interesse è un compito che rimane nelle mani della politica e delle istituzioni finanziarie: oppongono il principio di gerarchia a quello di mercato e allocano le risorse in questo sistematica prevalenza. In questo senso il ruolo del mercato è subalterno e sottoposto al controllo politico anche in un contesto internazionale che può renderlo difficile Ma questa è stata fondamentalmente la condizione in cui l’ Italia si è trovata a operare per la sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro durante tutta la sua storia sino ai primi anni novanta del Novecento Proprio gli anni in cui inizia l’ esperienza dell’Ulivo.

Naturalmente questa storia è stata contrassegnata da una diversità della foreign dominance anche in condizioni ben precedenti l’Ulivo e che ho richiamato precedentemente. Si possono scandire storicamente dei tempi ben precisi in cui tale foreign dominance assume colori diversi, dai tempi Camillo Cavour passando per il predominio inglese e francese e poi quello tedesco che fu decisivo per la creazione del sistema bancario italiano per inverare poi durante il fascismo paradossalmente il predomino nord americano con un ruolo decisivo esercitato dalla banca Morgan e dal suo rappresentante in Italia.

Tutto ciò continuò nel secondo dopoguerra sino all’ abbandono della politica di distacco da ogni ipotesi di sistema dei cambi fissi ben rappresentata dalla posizione di Paolo Baffi in merito alla non adesione allo SME per la ragione che il nostro sistema produttivo non avrebbe potuto resistere neppure a un’ anticipazione dei cambi fissi: figuriamoci a una moneta unica. L’adesione ci fu e dopo il crollo dell’URSS ci fu l’unificazione tedesca e la creazione dell’euro e quindi l’inveramento assoluto della foreign dominance che ora ci distrugge, con tutta l’Europa del Sud.

Il paradosso vero di tutta la vicenda è quello per cui i protagonisti della vicenda, i più filo euro e quindi i più responsabili dell’ordoliberalismus dilagante, furono le forze socialiste e cristiano sociali europee. Da questo punto di vista la creazione dell’ euro e l’adesione entusiasta di tutto l’ Ulivo alla politica ordoliberista è stata il trionfo della considerazione teorica che è possibile dedurre in casi di scelte monetarie assunte in questo caso non da singole nazioni ma da una burocrazia eurocratica dominate sui parlamenti nazionali che teneva e tiene sotto il suo controllo le nazioni. Ossia la considerazione che in presenza di creazione monetaria decisa dal mercato e quindi endogena, tali decisioni non sono mai libere, ma assunte nel contesto dell’equilibro di potenza internazionale che quei mercati costituisce.

Nel caso della BCE il paradosso è bellissimo e strabiliante: il Trattato di Maastricht affida alla BCE la scelta del regime di cambio, per esempio, mentre in effetti tutte le variabili che interagiscono nella circolazione monetaria internazionale sono determinate da sovrastrutture che superano le stesse prerogative sia dei governi nazionali sia della BCE: WTO, cross border currency e soprattutto, oggi in primis, derivati e tutti gli strumenti della finanza collateralizzata.

Il compito della BCE in effetti e lo dimostrano anche le politiche controverse come il quantatitive easing è stata ed è quella di ricercare di condizionare la creazione endogena di moneta ( e quindi dei mercati mondiali) indicando ripetutamente in quale modo si ritiene più opportuno affrontarla politicamente.

Ma la spaccatura dell’ Europa tra nazioni dominanti tedesco-vassallatiche da un alto e potenza francese emasculata dall’altro, ha provocato il collasso del sistema che pare abbandonato a se stesso, come dimostrano le ricorrenti crisi dell’euro sino a giungere alla crisi politica della minaccia della fuoriuscita dall’UE dell’unica grande potenza non dell’aerea euro, ossia il Regno Unito.

Dinanzi a tutto ciò l’ Ulivo non h mai saputo né comprendere né reagire. Anzi ha applaudito ed è salito sul carro dei distruttori dell’economia e della società europea, culturalmente e antropologicamente intesa. Sconcertante poi la politica comunista Basta leggere i discorsi di Giorgio Napolitano: ai tempi di Paolo Baffi, il quale come noto, da Governatore della Banca d’ Italia, era schierato contro lo SME e non seguiva le indicazioni del potere situazionale dominante. In seguito giungemmo ai tempi di Guido Carli (che è ancora la figura enigmatica di tutta la vicenda), che aderì all’euro seguendo la vulgata dello choc esterno necessario e inderogabile, tutti sorprendendo.

Giorgio Napolitano e con Lui i comunisti nella stragrande maggioranza, seguirono la “nuova” Banca d’Italia come i ciechi del famoso quadro metaforico: perplessi e infine europeisti ordoliberisti entusiasti e come tale premiati dai poteri situazionali di fatto allora dominati. Solo Luciano Barca spicca e spiccherà nella riflessione storiografica per la Sua intelligente e indipendente visone in continuità con l’ ispirazione di quella grande figura scientifica, umana, civile, che fu Paolo Baffi.

Dei socialisti è inutile dire alcunché perché si posero nella scia di Tony Blair, il vero distruttore del socialismo europeo, scambiando innovazione e modernità con subalternità alla mitologia capitalistico-finanziaria che dominava il mondo. È un segno positivo dei tempi che l’ attuale gruppo dirigente inglese laburista si sia deciso a fare i conti con quella (e questa ) sciagurata epoca. Ma dovremmo ora far storiografia e sociologia, insieme, di viltà personali e di battaglia delle idee, dove, come sempre, la moneta cattiva scaccia quella buona.

http://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/cosi-ventanni-fa-lulivo-consegno-litalia-alla-dominazione-germanica/

Crisis actor – Drammatizzare gli eventi

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“Noi drammatizziamo eventi per necessità di sicurezza emergenti nel Regno Unito, Medio Oriente e nel mondo.  I nostri attori specialisti in  giochi di ruolo, molti con  autorizzazione all’accesso di informazioni segrete (security clearance), sono addestrati da  psicologi comportamentali ed esercitati in prove teatrali (rehearsal)  ad atteggiamenti di vittime o criminali, per aiutare la polizia, l’esercito e i servizi di sicurezza (…) media e le forze armate a simulare ambienti di catastrofe per procedure salva-vita”.

A Bruxelles e Parigi, all’opera il Grande Illusionista

Sapir: 5 tesi sull’euro

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[pullquote]…quando si impedisce che gli aggiustamenti avvengano attraverso il tasso di cambio, essi avvengono attraverso la disoccupazione che, deprimendo a sua volta il livello delle attività, produce altra disoccupazione. La votazione del Fiscal Compact da parte del Parlamento francese nell’ottobre 2012 ha congelato questa situazione, privando lo Stato della possibilità di condurre politiche fiscali adeguate…[/pullquote]

Come di consueto, Jacques Sapir ha parole sagge sul suo blog in tema di eurocrisi. L’economista francese articola in cinque tesi i modi in cui la moneta unica sta condannando alla miseria un intero continente. Occorre al più presto riconoscere la verità: l’euro è la causa, non la soluzione dei nostri problemi. E l’unico modo di salvare l’Europa è superare questo strumento inadeguato, tornando alle flessibilità valutarie.

I problemi posti dall’euro diventano sempre più evidenti con le mobilitazioni e le dimostrazioni di piazza in Francia contro la cosiddetta legge “Labour”. E’ ormai evidente che la basi economiche di questa legge sono imposte dalla nostra partecipazione all’eurozona. Dal momento in cui gli Stati vengono privati della possibilità di regolare la loro situazione economica tramite la svalutazione (o la rivalutazione) del cambio valutario, e in assenza di qualsivoglia sistema di trasferimenti fiscali previsti a priori, gli aggiustamenti possono avvenire solo a spese del fattore lavoro. Questa è l’amara verità, che si evidenzia sempre di più sotto forma della legge “labour”, la cosiddetta legge El Khomri, ossia il nome del Ministro a cui è stato imposto di presentarla, senza avere la possibilità di prendere parte alla sua ideazione. I problemi creati dall’euro possono essere esposti in 5 punti.

  1. L’euro non è una moneta; non corrisponde a un singolo soggetto politico né a una volontà politica basata sulla legittimazione popolare.

L’euro è un sistema che paralizza il commercio tra paesi. E’ un regime di cambi fissi di fatto affine al gold standard. Non ammette alcuna flessibilità. I Paesi non hanno più la possibilità di aggiustare il proprio tasso di cambio, cosa che sarebbe necessaria, considerando le normalissime differenze strutturali tra i paesi interessati, e l’assenza di un budget europeo, ossia di trasferimenti fiscali tra paesi dell’eurozona.

Ci sono 2 soluzioni a questo. La prima consiste nell’organizzare massicci trasferimenti fiscali come quelli che esistono all’interno delle economie dei singoli paesi. Per esempio c’è una rilevante eterogeneità tra le diverse regioni francesi, ma esse vengono tenute insieme grazie a trasferimenti fiscali netti di 300 miliardi di euro, mentre i trasferimenti a livello europeo ammontano a meno di 40 miliardi. Dovremmo quindi moltiplicare questi flussi di denaro di 7 o 8 volte, ossia fare un grosso balzo in avanti. Inoltre, questi flussi dovrebbero venire pagati essenzialmente da quei paesi che traggono beneficio dall’euro, proprio come in Francia i flussi di denaro vengono essenzialmente dalla regione di Parigi e della Valle della Senna. Questo non è un problema in Francia, perché siamo tutti Francesi e la redistribuzione tra regioni ci sembra normale, ma quando parliamo di eurozona, significa che tra l’8 e il 10% del PIL tedesco dovrebbe essere prelevato dalla Germania e trasferito a paesi come Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e perfino la Francia. Tuttavia, non possiamo chiedere tanto ai tedeschi. Non è nemmeno questione di sapere se sarebbero d’accordo a farlo. Semplicemente, distruggerebbe la loro economia.

L’altra soluzione consiste nell’organizzare svalutazioni interne competitive. Questà è la via scelta dall’eurozona fin dal 2010. In concreto, significa applicare nel nostro paese la politica suicida che Brüning applicò in Germania tra il 1930 e il 1932. Fu questa politica che pose le basi all’ascesa del Nazismo, non l’iperinflazione. Ed è bene ricordare che essa fu praticata nel nome del salvataggio delle banche tedesche. Queste furono in effetti salvate, ma il prezzo in termini di disoccupazione e miseria sociale fu mostruoso. Queste politiche di svalutazione interna sono esattamente le stesse che vengono ora implementate: un calo nominale dei benefit sociali, sussidi di disoccupazione o pensioni, e un calo nei salari nominali ottenuto attraverso diversi trucchi. Queste politiche mettono i Paesi che le applicano su un sentiero di competizione reciproca profondamente distruttivo per l’economia europea. Per esempio, si sente molto parlare della ripresa spagnola. Non solo ci vorrebbe molta prudenza sull’argomento, ma bisogna anche comprendere che questa ripresa sta avvenendo a spese della Francia e dell’Italia.

Infine, dobbiamo ricordare che la sentenza della Corte di Karlsruhe del 2011, cioè che esistono Popoli europei, ma non esiste alcun “Popolo europeo”, e che è all’interno di un contesto nazionale che si svolgono i processi democratici. In altre parole, la creazione di un sistema federale porrebbe enormi problemi in termini di democrazia.

2. Di conseguenza, l’euro è causa di recessione, sia strutturale sia di breve termine

E’ anche causa di regressione perché, quando si impedisce che gli aggiustamenti avvengano attraverso il tasso di cambio, essi avvengono attraverso la disoccupazione che, deprimendo a sua volta il livello delle attività, produce altra disoccupazione. La votazione del Fiscal Compact da parte del Parlamento francese nell’ottobre 2012 ha congelato questa situazione, privando lo Stato della possibilità di condurre politiche fiscali adeguate. Infatti, come possiamo vedere nelle tabelle suguenti, la crescita dell’eurozona è stata molto minore di quella degli stati dell’UE che non utilizzano l’euro. C’è stato, tra il 2000 e il 2015, un gap di circa l’1% annual, ossia un gap totale del 17% circa sull’intero perodo. Questo è un fatto, e molto significativo.

Tabella 1

Confronto tra la crescita nei paesi dell’eurozona e in 5 altri paesi OCSE

PIL 2015, indicizzato 100= 1999 Crescita media nel periodo 1999-2015 Crescita media nel periodo 1999-2007 Crescita media nel perido 2008-2015 PIL per abitante nel 2015, indicizzato 100=1999 Crescita media del PIL per abitante 2015
Belgio 125,6% 1,43% 2,23% 0,6% 114,1% 0,8%
Finlandia 128,2% 1,56% 3,73% -0,6% 118,0% 1,0%
Francia 122,2% 1,26% 2,11% 0,4% 111,3% 0,7%
Germania 121,5% 1,23% 1,64% 0,8% 122,7% 1,3%
Grecia 104,7% 0,29% 4,07% -3,4% 103,6% 0,2%
Italia 102,9% 0,18% 1,48% -1,1% 97,2% -0,2%
Olanda 121,6% 1,23% 2,28% 0,2% 113,6% 0,8%
Portogallo 106,2% 0,38% 1,52% -0,8% 104,3% 0,3%
Spagna 130,6% 1,68% 3,74% -0,3% 112,4% 0,7%
Totale 9 paesi dell’eurozona 119,1% 1,10% 2,18% 0,0%  
Totala senza la Germania 118,1% 1,05% 2,40% -0,3%  
Canada 142,3% 2,23% 2,80% 1,7% 120,5% 1,2%
Svezia 140,2% 2,14% 3,24% 1,0% 126,4% 1,2%
Regno Unito 134,9% 1,89% 3,00% 0,8% 122,0% 1,1%
USA 137,5% 2,01% 2,65% 1,4% 119,5% 1,2%

Fonte : data base FMI

A questo punto, dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia la verità: i Grandi Progetti Europei sono stati il frutto della cooperazione tra paesi, ma non dell’Unione Europea stessa. L’Airbus non è stato creato dall’Europa. E’ un consorzio nato da una cooperazione franco-tedesca, a cui si sono aggiunti spagnoli e inglesi. Il razzo Arianna non è un progetto europeo, ancora una volta è un progetto nato dalla cooperazione tra Francia, Germania e Regno Unito, che la Francia riuscì ad imporre con una forzatura, nel 1971, la necessità di una mente-guida, per porre fine ai ripetuti fallimenti del razzo Europa. Tutti questi progetti si sono rivelati dei successi perché portati avanti dalla volontà politica di un paese, non dalla somma delle volontà burocratiche di Bruxelles. Allo stesso modo, il CERN esiste da molto prima dell’Unione Europea. E’ quindi perfettamente possibile coordinare, o anche meglio, cooperare nell’ambito di grandi progetti industriali, senza le istituzioni europee e a maggior ragione senza l’euro. D’altra parte, possiamo notare un calo negli investimenti a partire dall’implementazione dell’euro.

Tablella 2

Calo degli investimenti produttivi

Investimenti globali Investimenti per abitante
Livello 2015 in percentuale sul 1999 Tasso di crescita annuale Livello 2015 in percentuale sul 1999 Tasso di crescita annuale
Belgio 120,8% 1,2% 109,8% 0,6%
Finlandia 114,9% 0,9% 107,9% 0,5%
Francia 122,9% 1,3% 111,9% 0,7%
Germania 96,2% -0,2% 97,1% -0,2%
Grecia 47,2% -4,6% 46,7% -4,7%
Italia 77,2% -1,6% 73,0% -2,0%
Olanda 97,0% -0,2% 90,6% -0,6%
Portogallo 53,6% -3,8% 52,6% -3,9%
Spagna 100,5% 0,0% 86,5% -0,9%
9 paesi dell’eurozona 98,3% -0,1% 92,5% -0,5%
Canada 163,2% 3,1% 138,2% 2,0%
Svezia 157,8% 2,9% 142,2% 2,2%
Regno Unito 123,8% 1,3% 111,9% 0,7%
USA 120,2% 1,2% 104,4% 0,3%

Fonte : database FMI

Che l’euro fosse una causa di recessione strutturale è un fatto noto già da prima della crisi finanziaria del 2007. In un lavoro pubblicato nel 2007, e scritto poco prima, molti economisti mostrarono che l’euro è una causa di mancata crescita a livello mondiale[1]. Infatti, l’euro è causa di recessione in molti paesi e, per di più, indebolisce complessivamente la domanda nell’intera eurozona, pesando così sensibilmente sulla situazione economica mondiale. Possiamo notare che, fin dai primi anni 2000, la crescita aggregata dei paesi dell’eurozona è stata significativamente inferiore a quella USA, a quella del Regno Unito e a quella degli altri paesi OCSE che non hanno l’euro. Si può quindi attribuire all’euro parte degli squilibri che sono emersi fin dal 2007.

Ma l’euro è anche causa di recessione a breve termine. “Dobbiamo salvare l’euro”: è a causa di questo slogan che le politiche di austerità sono state imposte su tutto una serie di Paesi, aggravandone direttamente la crisi, come è capitato in Spagna, Grecia, Portogallo e Italia. Riguardo l’Italia, per esempio, dobbiamo essere consapevoli che la recente crisi bancaria italiana ha origine essenzialmente nell’accumulazione di crediti inesigibili, che non sono legati al mercato immobiliare, ma nel 90% dei casi ai debiti delle imprese, piccole aziende che sono state destabilizzate delle politiche recessive messe in atto negli scorsi anni. Il governo Renzi sta disperatamente provando a far ripartire il motore economico, ma al momento è costretto ad affrontare i problemi ereditati dal passato, come i malandati bilanci di 4 o 5 banche (si parla di più di 400 miliardi di crediti deteriorati), che ha causato un pesante crollo nella borsa di Milano. L’euro aggiunge crisi a crisi. Certo, tra il 2000-2001 e il 2006-2007, la Francia ha vissuto un periodo di crescita superiore a parecchi paesi dell’eurozona, in particolare rispetto alla Germania, ma perché?

  • La forte svalutazione dell’euro in quegli anni ha avvantaggiato la Francia.
  • L’ampiezza delle esenzioni dei contributi previdenziali. Questo sistema non è equo, dato che favorisce le grandi aziende e crea tutta una serie di problemi, ma è quello che abbiamo. E se la Francia ha avuto una crescita superiore alla Germania, è solo attraverso un costante rafforzamento di questo sistema di esenzioni, in altre parole, attraverso la restituzione alle società con una mano di quello che le si era tolto con l’altra, in modo da compensare gli effetti dell’euro.
  • Una politica di bilancio piuttosto espansiva durante questo periodo, la quale ha avuto effetti positivi, ma ha anche peggiorato considerevolmente il nostro debito pubblico (e soprattutto la bilancia commerciale con l’estero… MdVdE).
  1. L’euro è causa di finanziarizzazione dell’economia

L’euro ha permesso alla Germania e alla Francia di ottenere l’attuale finanziarizzazione. Ma allo stesso tempo, paradossalmente, l’euro non è stato capace di resistere a una crisi finanziaria. Possiamo vedere molto chiaramente che le regole operative della BCE, e le regole che sono state adottate dai vari paesi, mirano a rendere le attività finanziarie il vero perno dell’attività economica. Ciò è profondamente sbagliato. Sto seguendo per conto della Russia una possibile ristrutturazione del loro sistema finanziario e, per quanto mi riguarda, sono un sostenitore di un ritorno a forme di intervento per controllare la finanza. Qualcuno la chiama “repressione finanziaria”, ma è una definizione senza senso. Possiamo parlare di “reprimere” persone, o popolazioni. Ma quando parliamo di finanza, si tratta semplicemente di regole. Tuttavia, mettere in atto una regolamentazione della finanza, cosa che dovrebbe essere fatta non solo in Francia, ma in tutta l’Europa, non è possibile all’interno della struttura dell’euro. Cercare di governare la finanza è impossibile all’interno delle regole operative dell’euro.

Occorre qui ricordare che la finanziarizzazione tende a focalizzare gli attori finanziari sul breve o brevissimo termine. C’è stato un dibattito molto importante a riguardo tra Von Mises [2] e Neurath negli anni ’20. Da questo dibattito è nato il tema della “pianificazione Neurath” di tendenza socializzante, riguardo alla decisione di produrre elettricità da fonti idroelettriche piuttosto che fossili. Von Mises, che difendeva la posizione liberista, sosteneva che è sufficiente guardare al costo marginale del capitale, e la soluzione si sarebbe trovata da sola. Secondo Otto Neurath[3] invece, esistono costi nascosti che non sono subito evidenti, ma si manifesteranno tra 20 o 30 anni. Per esempio, il costo della Silicosi sui minori, il costo dell’inquinamento prodotto dalla combustione del carbone, e così via. E’ quindi necessaria una decisione politica, in questo caso tra carbone e idroelettrico, perché tale decisione creerà le sue stesse condizioni di validazione economica. Per questa ragione Neurath era a favore della pianificazione economica. E questo è uno dei più grandi problemi che dobbiamo affrontare, ma che saremo in grado di risolvere solo se ci tireremo fuori dalla globalizzazione finanziaria. Per inciso e paradossalmente, Hayek, nel suo libro del ’45 sulla conoscenza[4], era d’accordo con Neurath e contro Von Mises, come mostra J. O’Neill[5].

Il più grande problema posto dalla finanziarizzazione è quello della perdita della conoscenza tacita o implicita[6], che gioca un ruolo importante nella relazione tra colui che presta e colui che contrae il prestito, dal momento che il prestatore è impegnato in un progetto imprenditoriale. Qualsiasi registro, per esempio quello che è in fase di implementazione tra banche dell’eurozona, per quanto perfetto possa essere, non è in grado di fornire tutte le informazioni necessarie a un creditore perché possa impegnarsi con un debitore. Per questa ragione, un contatto diretto o indiretto tra creditore e debitore rimane essenziale. Perché credete che i jet privati si siano sviluppati così tanto negli ultimi 40 anni, se non per creare questo contatto diretto e personale tra grandi creditori e grandi debitori? Si crea un problema, se si cerca di unificare i mercati di capitali. Ciò è cruciale anche per i grandi paesi, ed è per questa ragione in particolare che essi hanno banche locali e regionali. Si possono allora unire queste banche in una rete, subordinarle a un organismo centrale, come successo con il vecchio Crédit Agricole. Ma, in particolare per le piccole e medie imprese, è importante che i contatti rimangano, in una particolare forma di conoscenza che nessun registro potrà mai contenere. Ciò significa che se si ritiene importante, a livello macroeconomico, avere almeno una parziale unificazione dei mercati di capitali, allora questa parziale unificazione deve prendere la forma di banche nazionali di investimento, tenute insieme, se necessario, da un organismo a livello europeo che offra loro le migliori condizioni di rifinanziamento. Questa è una delle ragioni per le quali è indispensabile l’esistenza di un sistema di regole bancarie e finanziarie. Tuttavia, questo sistema è oggi in contraddizione con l’esistenza dell’euro. Se si vuole uscire dalla finanziarizzazione, si deve essere determinati nel superamento dell’euro.

  1. L’euro è una macchina da Guerra che favorisce la Germania

Questa è una verità che può essere spiacevole ma che dobbiamo affrontare. Dirlo non significa essere germanofobici, ma riconoscere realisticamente un progetto portato avanti dalle élite politiche ed economiche tedesche. E’ l’euro che ha permesso alla Germania di trarre vantaggio fin dal 1999 di una moneta ampiamente svalutata rispetto a quanto avrebbe dovuto essere il valore del Marco tedesco. Gli studi svolti a riguardo non lasciano dubbi: se non ci fosse stato l’euro, il Marco varrebbe ora tra gli 1,35 e 1,50 dollari mentre l’euro è tra 1,08 e 1,09 dollari. Ancor più importante, l’euro garantisce alla Germania che i Paesi dell’eurozona con i quali commercia non potranno compensare le loro differenze strutturali attraverso le svalutazioni. Ma le svalutazioni sono un meccanismo economico essenziale: i Paesi hanno logiche differenti nella composizione dei costi, ed è necessari che in certi momenti queste differenze vengano ribilanciate attraverso il cambio valutario. Le politiche di svalutazione interna portano a politiche di svalutazioni competitive che hanno in realtà effetti peggiori delle precedenti, perché combinano effetti distruttivi notevoli sulle economie nazionali. Ma si potrebbe arrivare a forme di coordinamento se si tornasse alla flessibilità dello strumento valutario. Si potrebbe concordare di calcolare di quanto alcuni paesi debbano svalutare o rivalutare le loro valute, ossia, si potrebbe coordinarsi.

Ma comunque, è vero che la Germania ha notevoli esigenze di strutture comunitarie. Non solo per quel che riguarda i migranti. Parte del sistema ferroviario e dei ponti, cade a pezzi. Ma allo stesso tempo, l’arrivo di più di un milione di persone farà abbassare i salari. Certo, ci sarà un salario minimo, ma possiamo comunque essere sicuri che nei prossimi 5 anni la proporzione di persone che recepirà il salario minimo aumenterà velocemente. Mentre il salario minimo era concepito inizialmente come un livello-base che doveva interessare soltanto un 10% dei salariati, la proporzione diventerà il 25-30%, cosa che continuerà a far calare il costo del lavoro, così come la domanda interna.

  1. L’euro è oggi causa di grandi conflitti in Europa.

L’euro è la causa principale dell’aumento del conflitto tra popoli europei. Basta andare ad Atene, a Roma o perfino in Spagna per farsi un’idea di come il clima che c’è tra popoli si sia profondamente deteriorato negli ultimi 3 o 4 anni. Oggi si possono sentire in Grecia e in Italia discorsi sui tedeschi che corrispondono pressappoco a quanto si diceva di loro negli anni ’50. Al di là delle questioni economiche, ora si pone un problema politico: come far sopravvivere l’Europa. Ma la sopravvivenza dell’Europa (che dobbiamo in questo caso separare dall’Unione Europea) può avvenire solo attraverso la dissoluzione dell’euro. Forse è ormai troppo tardi oggi per “salvare” l’UE, come possiamo constatare con la disintegrazione degli accordi di Schengen. Ed è anche vero che ormai l’UE si porta dietro il marchio indelebile di politiche antidemocratiche in molti paesi. Ma lo spirito europeo, la riconciliazione tra popoli, che non nega il fatto che gli Stati così come i popoli possano avere interessi divergenti, deve essere preservato. Tuttavia, tutto questo non sarà possibile se ci terremo l’euro.

Sapir: 5 tesi sull’euro

Victor Constancio, “In difesa della politica monetaria”.

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Su La Repubblica, è stato oggi pubblicato un agghiacciante articolo del Vicepresidente della BCE Victor Constancio. In difesa delle misure di politica monetaria espansive aggiuntive, decise in questa settimana; ci racconta in rapida successione:

  • – Che la politica monetaria da sola non è in grado di incrementare la crescita (tendenziale);
  • – Che le politiche necessarie sono invece quelle di bilancio e strutturali;
  • – Ma che quelle di bilancio sono impedite in Europa dalle leggi (Trattato di Maastricht e successivi) mentre in USA dai vincoli politici imposti dal Congresso a guida Repubblicana;
  • – Del resto i paesi che potrebbero farle, avendo i necessari spazi fiscali, non lo faranno (Germania) e quelli che lo faranno (Italia) “non dovrebbero farlo”;
  • – E che le seconde, le politiche strutturali, non servono a nulla nel breve termine; anzi sono dannose.

Si tratta di un autentico teorema di impossibilità. E viene annunciato insieme all’inaudita decisione di portare a zero i tassi per la prima volta nella storia.

http://tempofertile.blogspot.it/2016/03/victor-constancio-in-difesa-della.html

Aumentano gli europei espulsi dal Belgio: vittime della lotta al turismo sociale

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In Belgio vivono undici milioni di persone, di cui un milione di immigrati che provengono, per il 70%, da altri Paesi dell’Unione, in particolare Italia, Francia e Olanda. Negli ultimi anni, il Belgio ha inasprito le norme in materia di politica migratoria, aumentando gli ordini di espulsione emessi nei confronti dei cittadini europei. Si è passati così da otto casi registrati nel 2008 a 1.700 nel 2015.[/pullquote]

In Belgio vivono undici milioni di persone, di cui un milione di immigrati che provengono, per il 70%, da altri Paesi dell’Unione, in particolare Italia, Francia e Olanda.

Negli ultimi anni, il Belgio ha inasprito le norme in materia di politica migratoria, aumentando gli ordini di espulsione emessi nei confronti dei cittadini europei. Si è passati così da otto casi registrati nel 2008 a 1.700 nel 2015.

Ad Anversa, nel nord fiammingo, incontriamo Giorgia Bergamini, una ragazza italiana con ventotto anni di esperienza professionale nel settore tessile.

Quando si trasferisce qui per vivere con il suo compagno, frequenta dei corsi per imparare la lingua e si reca all’ufficio di collocamento. Ma le spiegano che è troppo qualificata per le occupazioni che potrebbero proporle.

Poi, nel novembre 2013, riceve una lettera del comune di Anversa in cui le viene intimato di lasciare il Paese: “Hanno ripreso la carta di identità dicendomi che il mio dossier a Bruxelles era vuoto e non avevo dimostrato la volontà di adoperarmi per fare quello che questo paese richiede per poter rimanere. La follia pura”…

…leggi l’articolo intero > http://it.euronews.com/2016/03/11/aumentano-gli-europei-espulsi-dal-belgio-vittime-della-lotta-al-turismo-sociale/